Economia circolare: ripara, riusa, ricicla

Feb 5, 2021Trend

Se oggi chiedessimo ad un ragazzino “cos’è la sostenibilità ambientale?” la risposta forse sarebbe parziale o incompleta, ma risulterebbe fondamentalmente corretta.

Tutti, almeno una volta, ci siamo imbattuti in foto inquietanti di oceani invasi da sacchetti di plastica, di uccelli con le ali intrise di petrolio ormai incapaci di volare o di ghiacciai che inesorabilmente si sciolgono. Nell’ultimo decennio si è parlato molto di “inquinamento ambientale”, di “riscaldamento globale”, di “effetto serra”, tutti termini che ci hanno reso più consapevoli delle conseguenze delle attività umane e più attenti al delicato e complesso tema dell’eco-sostenibilità.

A livello individuale, aziendale e istituzionale, sempre più spesso vengono intraprese azioni volte a una maggiore salvaguardia ambientale. Ne sono un esempio l’attuazione della raccolta differenziata che coinvolge il singolo cittadino, ma anche lo sviluppo e l’impiego di energie rinnovabili ‘pulite’ e, a livello aziendale, lo sforzo per un risparmio energetico o per la riduzione degli sprechi di acqua.

Tuttavia, in termini di coscienza ambientale, è ancora poca l’attenzione posta al prodotto realizzato, ovvero al bene che viene fuori da un processo produttivo, per quanto eco-sostenibile quest’ultimo possa essere.

In altre parole, oggi è importante non solo come si produce ma anche quanto si riduce: il processo di produzione oggi richiede una riduzione, sia delle risorse impiegate sia della quantità di beni prodotti.

Fonti autorevoli dichiarano che gestendo in modo ‘sostenibile’ anche solo la produzione dei 4 materiali industriali chiave (cemento, acciaio, plastica, alluminio), le emissioni di CO2 potrebbero diminuire del 40% nel 2050.

Strettamente legata al concetto di ‘sostenibilità ambientale’, nasce quindi una nuova ‘parola d’ordine’: “economia circolare”, espressione oggi molto diffusa ma non sempre del tutto compresa.

 

Economia circolare: cosa significa?

 

L’Ellen MacArthur Foundation, ente che da tempo sviluppa e promuove l’idea di ‘economia circolare’, definisce quest’ultima come un tipo di “economia pensata per potersi rigenerare da sola”. Si tratta di un modello produttivo in grado di risparmiare risorse e di rigenerare quelle già impiegate, arrivando ad un ciclo produttivo idealmente chiuso dove i rifiuti generati diventano nuova materia prima.

Tale modello è definito “circolare” proprio perché i materiali, alla fine del loro primo ciclo di vita, vengono nuovamente reintrodotti nel processo produttivo dando inizio a un nuovo ciclo e contribuendo così a ridurre l’impiego di risorse che sarebbero necessarie per la generazione di nuovi materiali.

Anche l’Europarlamento, esprimendosi sul tema dell’economia circolare, la definisce come un sistema che si basa su:

il riutilizzo, la ridistribuzione, la riparazione, la rigenerazione e il rinnovamento, bypassando la generazione di rifiuti attraverso il riciclo e quindi richiede un input di risorse minimo. Questo tipo di approccio mantiene il valore di prodotti, componenti e materiali ai massimi livelli possibili.” (EEA Report No 2/2016 –https://www.eea.europa.eu).

Questo processo circolare di produzione e rigenerazione basato sulla riduzione, il riutilizzo e il riciclo della materia si confronta e scontra con un’idea di “economia lineare”, fino ad oggi concepita come l’unica attuabile.

In un sistema economico di tipo ‘lineare” il prodotto è considerato l’unica fonte di creazione del valore per l’impresa, i cui obiettivi sono quelli di massimizzare le vendite (ricavi) e di rendere i costi della produzione più bassi possibili. L’impresa non si sente responsabile degli impatti generati dal consumo dei suoi prodotti: una volta giunti a fine vita (ovvero divenuti obsoleti o rotti), il loro smaltimento è a carico dell’utente finale (e quindi non è un problema dell’azienda) oppure, nel caso di rifiuti generati all’interno dell’impresa stessa, devono essere smaltiti al minor costo possibile (discarica o incenerimento), seppur con alti costi ambientali.

Ancor più di prima siamo oggi chiamati inevitabilmente a prenderci cura dell’ambiente che ci circonda: siamo ormai costretti ad un urgente cambiamento di rotta, che implica in primis un cambiamento di mentalità, di fronte a dati oggettivi e non poco allarmanti.

Non possiamo più pensare che le risorse a cui attingiamo siano sempre abbondanti, disponibili e facilmente accessibili.

Basti pensare, ad esempio, che il “Giorno del Sovra-sfruttamento della Terra” (“Earth Overshoot Day”), ovvero il giorno in cui si calcola che la domanda di risorse supera la capacità di offerta, nel 2020 in Italia è stato il  14 maggio. (Global Footprint Network https://www.footprintnetwork.org/).

Siamo quindi oltre tempo massimo.

L’Agenzia Ambientale Europea (https://www.eea.europa.eu) riporta il consumo pro-capite di energia che, ad oggi, è ben tre volte superiore rispetto al 1900, mentre il consumo dei materiali è due volte maggiore. Con una popolazione mondiale molto più numerosa (oggi di circa 7,2 miliardi di persone contro i 1,6 miliardi nel 1900) non è difficile intuire quali possano essere le conseguenze in termini di richiesta e consumo di risorse.

Del resto, anche per effetto dello sviluppo economico, il ritmo di estrazione delle risorse è in continua accelerazione: è aumentato di 12 volte dal 1900 al 2015 e si prevede che raddoppierà ulteriormente nei prossimi 35 anni, andando a incidere notevolmente sulle conseguenze di carattere ambientale che derivano dall’intensificarsi delle attività produttive, soprattutto nel momento in cui queste non siano attentamente gestite in senso eco-sostenibile.

Da questi dati e da molti altri che si possono facilmente ricavare sul web, è immediato comprendere la necessità di passare ad un’economia di tipo circolare, che preservi le risorse naturali disponibili, diminuisca gli sprechi e ridoni vita a scarti e rifiuti.

Il modello indicato dall’economia circolare è il solo che può permettere di continuare a produrre beni e servizi, in modo addirittura più efficiente di prima, creando nuove opportunità di business e, non da ultimo, nuovi posti di lavoro. Inoltre, l’attuazione di questo modello porta a migliorare le condizioni ambientali, a ridurre le emissioni CO2 e aumentare la qualità di vita.

 

Casi aziendali

Possiamo già trovare qualche esempio virtuoso di progetti aziendali in chiave di ‘economia circolare’.

IKEA, colosso svedese nei componenti d’arredo, è da anni impegnata in progetti aziendali sul tema della ‘sostenibilità’, sia ambientale che sociale. Oggi punta l’attenzione sul tema dell’economia circolare e comunica il proprio sforzo a far sì che entro il 2030 la produzione sia al 100% ‘circolare’. Interessanti le azioni intraprese, volte a lavorare sia sul prodotto (per esempio, la poltrona dai componenti facili da separare a fine vita o da recuperare) sia sui servizi associati al prodotto, che allungano la vita dello stesso (per esempio, buoni spesa per l’acquisto di beni nuovi a fronte della restituzione di quelli vecchi).

https://youtu.be/EvfNA0FtesY

 

O ancora, L’OREAL Italia che con il progetto di economia circolare ‘Second life’ ha trasformato gli scarti cellulosici, prodotti in azienda, in eleganti carte creative riciclate impiegate nel packaging (scatole ed espositori), vincendo il premio all’innovazione nel settore dell’imballaggio promosso da Istituto Italiano Imballaggio e Conai.

Di economia circolare si comincia quindi a parlare in modo diffuso e se ne parlerà sempre di più.

Oggi infatti vivere in armonia con l’ambiente, adottando uno stile di vita sano e sostenibile, è insieme un dovere e una necessità, che passa anche attraverso le singole scelte d’acquisto e utilizzo di prodotti e materiali che continuamente si trasformano e possono così rivivere all’infinito, rivalorizzando un baule, globalmente condiviso, di risorse finite.